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Ispirazione

Devo consegnare quel lavoro, lo devo proprio. Mi sta sul collo. Mi attanaglia il fianco. Ma più ci penso e più mi agito. Più mi agito e più non riesco a finirlo. Sto lì, in attesa di quella calma interiore che mi potrebbe aiutare ad arrivare alla fine. La sto cercando. ...

... Spengo la musica, stacco il cellulare, chiudo la porta. Mi obbligo a trovare la concentrazione. Mi siedo alla scrivania. Cerco la postura eretta, quella rigida ed impostata con la schiena dritta e le gambe ben piegate. Sguardo basso, occhi fissi, penna tesa e pronta. Ma niente. Nessuna parola e alcun pensiero si dirigono verso la risoluzione del mio impegno. Solo la quiete e la serenità potrebbero arrivare a sciogliere il mio nodo. Sembra un doppio cappio che mi blocca il cervello. Uno stato di strana ansia mi intreccia i neuroni che iniziano a fare a botte e a lasciarmi inerme. Di scatto mi alzo, lascio scivolare via la sedia, accendo la radio, spalanco la porta ed esco. Fuori. Corro giù per le scale, una rampa dopo l’altra e mi ritrovo all’aria aperta. Il sole mi accarezza i neuroni che iniziano a sciogliersi, l’aria primaverile mi coccola il volto e i piedi, uno nel seguire l’altro, mi accompagnano fin dentro quel bar che dalla finestra del mio studio mi faceva l’occhiolino. Entro e senza neanche proferire parola, da dietro il bancone, il ragazzotto mi esclama “Caffé???”, “Direi proprio di sì…”, “Siediti Iolanda che te lo servo al tavolo… anche oggi ne hai bisogno. Lo vedo da lontano quando quel capitolo proprio non ti esce. Te ne porto uno di quelli che ti faranno sentire Dante in quel del Paradiso…” , “Grazie Giulio… se non ci fossi tu e il tuo caffé”. Mi siedo e aspetto il rito. Il ragazzo si adopera. Con dolcezza e professionalità carica la macchina, fa il tipico gesto di rotazione della mano da destra verso sinistra, attende che la macina si trasformi in liquido e quando il caffé inizia a scendere nella tazzina, goccia dopo goccia, Giulio sorride compiaciuto. Poi si volta verso di me e con un’occhiata mi fa intendere che gli è proprio venuto bene. Mi guarda complice e mi invita a prepararmi a gustarlo. Ne sento subito il profumo acre e dolce arrivarmi nelle narici. Mi pregusto il suo sapore in bocca. Giulio viene verso di me e serve il mio caffé con grazia e attenzione, senza  zuccheriera perché sa.“Tieni! È tutto tuo” mi dice. Lo vedo arrivarmi sotto il naso, nero e schiumoso. Prendo la tazzina e, prima di avvicinarla alla bocca, ne sento già il gusto nel palato. Lo inizio a sorseggiare e lentamente il mio animo si acquieta. L’amaro del caffé sulle mia labbra va a contrastare la mia inquietudine e ha il potere di sciogliere i nodi dei miei neuroni. Lo assaporo e lo bevo con calma. Me ne riempio la bocca, lo spalmo sui denti e lascio che scivoli dentro di me a carezzarmi i pensieri. Ancora un ultimo sorso e il mio caffé è finito. Il rito è stato. Si è svolto nella ripetizione dei gesti e nella goduria del suo sapore. Ora le membra mi si disciolgono e mi si alleggeriscono, così come i pensieri. La rilassatezza mi torna a far circolare le idee e a riattivare il cervello. Ora mi sento pronta per tornare al lavoro, per concludere quello che avevo lasciato in sospeso. Penso che senza caffé non avrei potuto mai. Mi adagio sulla sedia e libero lo sguardo dalla mia inquietudine. Alzo gli occhi e incrocio quelli di Giulio. Mi stava guardando, fisso e in silenzio, dolce e attento mentre godevo del mio rito. Non lo avevo notato. Ripenso. E se fosse stato lui a tranquillizzarmi?

 

Мысли

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